Il “piccolo è bello” della futura PAC

Tra le novità della formulazione della PAC che la Commissione UE propone per il dopo 2020 c’è una netta ed esplicita predilezione per le aziende agricole di piccole dimensioni a scapito di quelle più grandi e strutturate. Questo orientamento è stato motivato in primo luogo dalla critica, mossa alla PAC fin dal tempo dei prezzi sostenuti e garantiti, di concentrare il proprio sostegno in modo squilibrato (l’80% al 20%) a vantaggio di pochi grandi percettori.

La consistente ridistribuzione verrebbe operata con due principali strumenti che, favorendo le piccole dimensioni, spingeranno anche le grandi aziende a destrutturarsi scomponendosi in unità più piccole:

  • la progressiva riduzione del sostegno ai percettori di somme superiori a 60 mila euro e l’imposizione di un tetto massimo di 100 mila euro;
  • l’introduzione obbligatoria di un cosiddetto “sostegno ridistributivo complementare al reddito per la sostenibilità”, cioè di un pagamento diretto aggiuntivo, concentrato su un numero limitato di ettari.

Questa filosofia trova riscontro in un altra novità della proposta riforma: la trasformazione dell’attuale “pagamento di base” in un cosiddetto “sostegno di base al reddito”. Che costituisce un’evidente forzatura rispetto alla natura effettiva del pagamento, dal momento che esso viene erogato indipendentemente da un qualsiasi riscontro riguardo al reddito (o meglio ai redditi, anche extra-agricoli) del beneficiario. Il proprietario di una piccola azienda agricola può avere altri redditi ed essere anche molto più benestante di quanto la dimensione aziendale non riveli, mentre quello di una azienda più grande, che vive del solo reddito agricolo, può non essere così benestante come potrebbe apparire.

L’idea di fondo che ispira queste proposte è che mentre i più grandi sarebbero già strutturati e più competitivi e quindi possono fare a meno del sostegno, i piccoli, condizionati da una bassa produttività determinata dai vincoli dimensionali, ne hanno bisogno per la sopravvivenza. Ma proprio questo assunto fa sorgere una domanda: che senso ha concentrare il sostegno su aziende che non riescono a sopravvivere con le proprie forze? Avrebbe semmai senso aiutarle a ristrutturarsi ampliandosi, diversificando e migliorando la produttività, ma allora occorrerebbero non aiuti annuali, ma incentivi agli investimenti.

Il testo stesso della Commissione coglie questa contraddizione quando afferma che: “qualsiasi opzione che consenta una notevole ridistribuzione dei pagamenti diretti alle aziende e alle regioni con una minore produttività porterà, nel breve periodo, a una riduzione della competitività dell’UE”.

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