Maggiore (?) sussidiarietà

Il Documento COM(2018)392 Final del 1/6/2018 che presenta le proposte della Commissione europea per la PAC 2021-2027, propone che il cosiddetto “delivery model” sia riformato trasferendo le decisioni in materia di “coordinamento, governance, monitoraggio, rendicontazione e valutazione” agli Stati membri, incaricati di redigere e realizzare dei “Piani strategici della PAC”, riservando alla Commissione il compito di controllare l’efficacia dell’attuazione dei Piani strategici stessi.

Questo trasferimento di competenze viene giustificato sostenendo che “una maggiore sussidiarietà consentirà di tenere conto più specificamente delle condizioni ed esigenze locali”. Ma la sussidiarietà non è un attributo flessibile. La sussidiarietà è un principio cardine del Trattato dell’Unione europea e i princìpi non si estendono o contraggono. I principi si applicano.

In questo l’art. 5 del Trattato è chiaro: “in virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione”.

La questione quindi va posta diversamente che estendendo la sussidiarietà, ma domandandosi se, in base al principio di sussidiarietà, le responsabilità in materia di politica agricola siano o meno distribuite correttamente tra Unione e Stati membri. Quando la PAC consisteva sostanzialmente nel sostegno dei prezzi e nell’imposizione di barriere commerciali comuni, era chiaro che dovesse essere gestita centralmente, a tutela del mercato unico. E’ meno chiaro che debba restare una politica europea, almeno per quanto riguarda i pagamenti diretti, se questi, come viene affermato nella proposta di nuovo regolamento,  si giustificano principalmente come “sostegno al reddito per la sostenibilità”.

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Il “piccolo è bello” della futura PAC

Tra le novità della formulazione della PAC che la Commissione UE propone per il dopo 2020 c’è una netta ed esplicita predilezione per le aziende agricole di piccole dimensioni a scapito di quelle più grandi e strutturate. Questo orientamento è stato motivato in primo luogo dalla critica, mossa alla PAC fin dal tempo dei prezzi sostenuti e garantiti, di concentrare il proprio sostegno in modo squilibrato (l’80% al 20%) a vantaggio di pochi grandi percettori.

La consistente ridistribuzione verrebbe operata con due principali strumenti che, favorendo le piccole dimensioni, spingeranno anche le grandi aziende a destrutturarsi scomponendosi in unità più piccole:

  • la progressiva riduzione del sostegno ai percettori di somme superiori a 60 mila euro e l’imposizione di un tetto massimo di 100 mila euro;
  • l’introduzione obbligatoria di un cosiddetto “sostegno ridistributivo complementare al reddito per la sostenibilità”, cioè di un pagamento diretto aggiuntivo, concentrato su un numero limitato di ettari.

Questa filosofia trova riscontro in un altra novità della proposta riforma: la trasformazione dell’attuale “pagamento di base” in un cosiddetto “sostegno di base al reddito”. Che costituisce un’evidente forzatura rispetto alla natura effettiva del pagamento, dal momento che esso viene erogato indipendentemente da un qualsiasi riscontro riguardo al reddito (o meglio ai redditi, anche extra-agricoli) del beneficiario. Il proprietario di una piccola azienda agricola può avere altri redditi ed essere anche molto più benestante di quanto la dimensione aziendale non riveli, mentre quello di una azienda più grande, che vive del solo reddito agricolo, può non essere così benestante come potrebbe apparire.

L’idea di fondo che ispira queste proposte è che mentre i più grandi sarebbero già strutturati e più competitivi e quindi possono fare a meno del sostegno, i piccoli, condizionati da una bassa produttività determinata dai vincoli dimensionali, ne hanno bisogno per la sopravvivenza. Ma proprio questo assunto fa sorgere una domanda: che senso ha concentrare il sostegno su aziende che non riescono a sopravvivere con le proprie forze? Avrebbe semmai senso aiutarle a ristrutturarsi ampliandosi, diversificando e migliorando la produttività, ma allora occorrerebbero non aiuti annuali, ma incentivi agli investimenti.

Il testo stesso della Commissione coglie questa contraddizione quando afferma che: “qualsiasi opzione che consenta una notevole ridistribuzione dei pagamenti diretti alle aziende e alle regioni con una minore produttività porterà, nel breve periodo, a una riduzione della competitività dell’UE”.

Cos’è rurale?

Ho partecipato a Motovun (in Croazia) ad un evento del progetto europeo ENSURE. Un programma Europe for Citizens sui temi dello sviluppo rurale. Il tema della ruralità è stato trattato in varie relazioni. Ma cos’ è “rurale” ho chiesto. Condividiamo tutti la stessa definizione? Anche perché il rurale evolve nel tempo e la ruralità è differente nelle diverse localizzazioni: vicino o lontano dai centri urbani e dai servizi, in relazione alla diversa densità di popolazione, in Bulgaria o in Francia, in montagna o in pianura, nei territori ad alta naturalità o in quelli più antropizzati. Rurale d’altra parte in passato si definiva in contrapposizione a urbano: vedi le definizioni di rurale nei dizionari o “the white between the dots ” delle vecchie carte geografiche. Ora rurale e urbano si integrano e tra rurale e urbano il confine sfuma in un sistema di relazioni sempre più intense.